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Modena Economia Lockdown: in pericolo la tenuta del settore tessile-abbigliamento

Lockdown: in pericolo la tenuta del settore tessile-abbigliamento

“Dobbiamo ripartire e farlo presto altrimenti l’intero sistema rischia di crollare” ha detto il presidente di Cna Federmoda Modena, Marco Gasparini

Lascia un commento | Tempo di lettura 305 secondi Modena - 17 Apr 2020 - 08:12

Parliamo di un settore, quello della moda, che è uno dei fiori all’occhiello del made in Italy ma anche un settore importantissimo per il nostro territorio. Il tessile-abbigliamento, in crisi già prima dell’arrivo del coronavirus, con il lockdown dovuto al Covid 19 rischia davvero grosso: “Dobbiamo ripartire e farlo presto altrimenti l’intero sistema rischia di crollare” ha detto il presidente di Cna Federmoda Modena, Marco Gasparini, intervistato da Chiara Tassi.

“Si tratta di una macchina, quella del settore tessile-abbigliamento, che alla riapertura avrà delle grosse difficoltà; speriamo di essere seguiti dalle istituzioni, e non mi riferisco a quelle locali ma nazionali. Tra l’altro la chiusura delle aziende è avvenuta nel periodo peggiore, quando c’era chi aveva appena finito di spedire la primavera-estate, con i negozi a cui è arrivata la merce nuova ma che subito hanno dovuto chiudere.
Altri invece si sono trovati a chiudere le aziende con la merce in casa. Questo significa che alla riapertura, a due mesi dal lockdown, se sei bravo e se il tuo brand è riconosciuto, hai merce da mettere in magazzino e che forse venderai la prossima stagione, se no devi accettare gli sconti che ti chiederanno i negozianti. E a questo punto dovremmo capire di che scontistica parliamo, dato che si tratterà di un prodotto che arriverà in negozio “tardi” rispetto ad una stagione normale”.

Per quanto riguarda invece la produzione autunno-inverno. La stagione è, con la programmazione che ci sta dietro ad ogni collezione, già compromessa?  

Diciamo che bisognerebbe essere già pertiti, in verità, ma se si riuscirà a riaperire il 3 maggio forse si farebbe ancora in tempo a ricostruire un campionario invernale.
Il problema è l’incertezza di chi aprirà e come. Le faccio un esempio: Milano, per l’estero, è ormai lo showroom di Carpi. Non per niente alcuni brand carpigiani hanno spostato là il loro showroom permanente. La domanda ora è: cosa succederà a Milano? Cosa succederà in altri paesi che sono arrivati ad affrontare la crisi dopo di noi e quindi apriranno sicuramente più avanti? Questo, dalle chiamate che ogni giorno ricevo dagli imprenditori, è un tema molto sentito tra gli addetti: perdere due stagioni, nella moda, significa un anno di fatturato a rischio in un settore in cui i pagamenti già erano lunghi prima. Se non si avrà liquidità velocemente penso che sia un problema per la sopravvivenza di qualunque azienda, sia che si fatturi 100 sia che si fatturi 1milione. E’ proprio una questione di sistema.

Negli ultimi anni sono stati tanti i marchi che hanno spostato almeno una parte della produzione all’estero. Secondo lei una situazione come questa può far si che si torni a riportare almeno una parte della produzione in Italia?

In alcuni casi si, ma questo era un processo già avviato anche prima del coronavirus. Il problema è solo uno: il prezzo. E’ il mercato a determinare se mi posso permettere di produrre in Italia o meno. Diciamo che ci vorrebbe un incentivo perché l’economia italiana ripartisse e con questa anche i consumi italiani. Non possiamo pensare di dar vita ad aziende che, per sopravvivere, devono rivolgersi solo all’estero. Dovremmo vestire anche gli italiani, non solo gli stranieri. Partiamo da qui…

Tra le ipotesi che stanno venendo avanti proprio dal mondo della moda c’è quella di “accantonare” quanto prodotto in questa stagione e riproporlo il prossimo anno. Insomma “dimenticarci” di questa stagione. Secondo lei è fattibile?

E’ un’ipotesi di cui sento parlare. Diciamo che è molto più facile per i grossi brand, quelli che vengono comunemente chiamati di prima fascia, perché in primo luogo possono permetterselo e secondo -al di là dello stile, del colore, del modello e quant’altro- è il brand che tira, che va vendere.
Discorso diverso invece per i brand di secondo o terzo livello. Noi corriamo sempre perché fondamentalmente dobbiamo trovare ogni stagione qualcosa di nuovo, di stimolante, di attraente per i nostri clienti: la roba già vista perde di appeal e quindi di significato economico.
Quindi ripeto, ne sento parlare, ma non so fino a che punto sia una strada percorribile.

Crede che una crisi come questa possa mettere in difficoltà un campo “frivolo” come quello della moda o invece una volta che si tornerà ad uscire le persone avranno voglia di “bello” e quindi i consumi riprenderanno?

Temo sarà crisi: la moda in quanto tale non è un bene di prima necessità ed i consumi erano già calati prima del coronavirus.
Secondo me accadranno due cose: le aziende che erano già in difficoltà per un fattore merceologico chiuderanno, e vedremo poi che ripercussioni avremo sull’occupazione nel settore e quant’altro.
Ci sarà invece un “mondo nuovo” per chi sopravvive: credo si passerà al “qui la merce, qui i soldi”, cioè si avrà una normalizzazione dei pagamenti.
In conclusione però mi sento di dire che anche per il settore moda c’è bisogno di una spinta nazionale: si vedono bellissime pubblicità per il “consumiamo italiano” quando si parla di alimentare, ma anche la moda del made in Italy onesto ed etico nel rispettare pagamenti, fornitori e quant’altro, secondo me, dovrebbe essere aiutata ad emergere.      

Nella foto una delle sfilate di Carpi Moda Makers

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