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Modena Economia Decreto rilancio: "3 miliardi e qualcosa alla sanità. Da medico, ve lo garantisco: non ne abbiamo bisogno. Meglio darli alle imprese"

Decreto rilancio: "3 miliardi e qualcosa alla sanità. Da medico, ve lo garantisco: non ne abbiamo bisogno. Meglio darli alle imprese"

Intervista al dott. Marco De Nardin, anestesista rianimatore e divulgatore scientifico

Lascia un commento | Tempo di lettura 338 secondi Modena - 18 May 2020 - 18:16

E’ in dirittura d’arrivo il Decreto Rilancio che sarà pubblicato nelle prossime ore sulla Gazzetta Ufficiale. Lo ha fatto sapere nel pomeriggio il ministro per i Rapporti con il Parlamento D'Incà.

Per la sanità il decreto prevede oltre 3 miliardi di stanziamenti “Una cifra mai vista prima sulla sanità pubblica e che sosterrà la salute di tutti anche dopo l’emergenza” aveva detto il premier Conte nei giorni scorsi. Soldi che in questo momento sono mal investiti invece secondo il dott. Marco De Nardin, anestesista rianimatore e divulgatore scientifico del sito www.med4.care.

“Ritengo che attualmente la situazione di emergenza sia stata tamponata ed anzi fortunatamente al momento abbiamo strutture Covid con posi letto semivuoti –puntualizza il dott. De Nardin intervistato da Chiara Tassi- Credo che in una situazione di emergenza come quella in cui ci troviamo la questione più urgente sia non pensare al futuro, ma pensare all’immediato: il paese ha bisogno di far ripartire ORA la locomotiva della produzione di ricchezza, della produzione di denaro, perché solo con un’economia che funziona saremo poi in grado di permetterci quegli interventi strutturali sulla sanità che abbiamo capito devono essere fatti. Non avere abbastanza medici preparati per far funzionare i respiratori, non avere abbastanza infermieri pronti per gestire un paziente in terapia intensiva: questo è un problema strutturale, ma che viene da carenze di anni e anni addietro. Formare un medico, formare un infermiere, richiede anni di preparazione e non si può risolvere il problema della loro carenza assumendo “in emergenza”. Il problema si risolve con una pianificazione che deve però a mio parere essere successiva rispetto all’emergenza attuale, dove tutto sommato, dovesse capitare una nuova ondata di contagi, non faremo altro che replicare quanto è stato fatto finora ma in maniera molto più rapida perché siamo già organizzati.

Quindi ritiene che le nuove terapie intensive per cui il Governo ha stanziato parte dei fondi non avranno personale formato per gestire i pazienti in caso di bisogno?

Assolutamente no: il personale preparato, sia medico che infermieristico, per lavorare nelle terapie intensive è già tutto occupato; non ci sono al momento persone formate per lavorare nelle terapie intensive che possano essere assunte ed entrare subito in organico. Quello che si fa ora, invece, è prendere personale con altra specialità e dirottarlo a fare un altro mestiere. Chiaramente con risultati parziali. Va anche detto però che non è stato ancora definito il piano di assunzioni: io ho sentito ad esempio parlare di 10mila infermieri che dovrebbero essere assunti per andare a domicilio a gestire gli ammalati, fare i tamponi, ecc. Questa è sicuramente un’attività consona alla loro formazione e che va bene. Ma per quanto? Insomma, assumere neo laureati piuttosto che infermieri per mansioni per così dire generiche ok, ma immaginare che venga assunto personale per andare a lavorare nelle terapie intensive è improponibile, perché ad oggi non esiste personale sanitario disponibile sul mercato che abbia queste competenze: sono già tutti all’opera.

Durante questa emergenza come hanno funzionato secondo lei le terapie intensive in Italia?

Sicuramente c’è stata una situazione a macchia di leopardo: una cosa è avere a disposizione una terapia intensiva già operativa e funzionante che, anche nella situazione di emergenza continua di fatto a fare il proprio mestiere. Nel momento però in cui creiamo delle strutture che chiamiamo terapie intensive ma che sono, ad esempio, sale operatorie “riconvertite”, dove possono mancare ad esempio alcune forme di monitoraggio, alcuni macchinari, ma soprattutto dove il personale non è quello della terapia intensiva ma è personale non esperto di questo settore, è chiaro che il risultato non può essere equivalente.
E’ anche vero però che spesso bisogna accontentarsi: non si può in un attimo volere un sistema sanitario che ha i posti letto del sistema sanitario tedesco. E’ un sistema che va costruito negli anni.
Non si possono comprare macchinari e pretendere che siano utilizzati, è un’utopia. Il macchinario di terapia intensiva richiede personale estremamente preparato per farlo funzionare, stiamo parlando di macchinari complicatissimi da utilizzare: è come se dessimo una Ferrari in mano ad un neopatentato. Prima dobbiamo formare il pilota di Formula Uno, poi lo facciamo correre su una Ferrari. Servono anni, non si può improvvisare.

Quando ho visto i numeri degli stanziamenti mi sono detta: si aspetteranno per l’autunno una nuova ondata di contagi e vogliono stavolta muoversi per tempo. Può essere cosi, secondo lei?

Può essere. Purtroppo, dato che non si conoscono ancora bene tutte le dinamiche con cui il virus si muove ed agisce, è logico prepararsi ad un potenziale ulteriore evento. E’ anche vero però che se questa “preparazione” va a scapito della possibilità del paese di ripartire con le sue risorse e le sue energie, bisogna fare una valutazione a bilancia e mettere su un piatto la salute di tutti e sull’altro la perdita della nostra economia. Se il paese economicamente collassa, insomma, dovremo fare i conti con tutta una serie di conseguenze per il sistema sanitario pubblico che adesso non sono visibili ma che arriveranno: per esempio non potremmo più permetterci di dare antibiotici a tutti, oppure di pagare le cure o gli screening tumorali.
Quel che intendo dire, insomma, è attenzione perché rischiamo di dirottare a pioggia finanziamenti su alcuni comparti sanitari per tamponare un’emergenza ma che rischiano, nel tempo, di creare una situazione strutturale difficile da sostenere perché potremmo non avere più la capacità economica per reggere questo sistema nel tempo.

Insomma, come ha scritto il dott. De Nardin in un suo post su Facebook “3 miliardi e qualcosa alla sanità?! (…) Era meglio che i soldi li deste alle imprese. Perché se loro non pagano le tasse, non riusciremo a mantenere quei letti con il personale che ci sta dietro”.

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